Storia di Parshara Muni
Parasara era il nipote del grande saggio Vasishta, il padre si chiamava
Sakti e la madre Adrisyanti. Mentre Adrisyanti era gravida suo marito
venne fatto a pezzi e divorato da un demone. Ma Parasara poté rimanere
al sicuro nel grembo della madre. Quando, in seguito, venne a sapere
della morte del padre, giurò che avrebbe sterminato tutta la razza dei
demoni. Per sfogare la sua sete di vendetta, Parasara inizio a preparare
un sacrificio allo scopo di uccidere gli orchi. Il nonno Vasishta
intervenuto, lo dissuase dal proposito ed egli rimase con i pericolosi
resti magici del fuoco sacrificale non ancora consumato, che gettò sul
versante settentrionale della catena montuosa dell’Himalaya, ove questi
divamparono bruciando foreste e diavoli. Milioni di demoni perirono. Il
nonno mise al corrente il nipote che quell’uccisione di orchi in
ritorsione, era ugualmente atroce. La vendetta non può portare nessun
bene in quanto non può riportare in vita il padre. Spiegò che anche gli
esseri più importanti devono morire a causa delle proprie azioni e che
quei demoni erano solamente attrezzi nelle mani del destino.
Così consigliato dal nonno -che era anche
il suo Maestro Spirituale- il nipote annullò il rito. In quel mentre,
Pulastya, il figlio dell’Essere immenso, comparve sulla scena per
benedire Parasara. Pulastya disse: “La tua inimicizia verso i demoni
non aveva senso, sebbene la tua rabbia fosse forte, sei stato in grado
di dominarti, sono soddisfatto di te, bisogna sempre considerare i
consigli del proprio maestro, per aver fermato il sacrificio contro i
demoni, ti darò un premio, ti concederò di sapere la verità assoluta”.
Così Pulastya svelò chi effettivamente è Dio l’Anima Suprema,
presente in ogni essere e disse che lui
avrebbe scritto un libro sulla Divinità Suprema. Il nonno approvando ciò
che era stato detto, disse: “Così sia”.
Parasara in seguito s’innamoro di Satyavati, narra a proposito il
Mahabharata: "…Esisteva un Re di nome Uparichara. Quel monarca era
devoto e virtuoso. E gli piaceva moltissimo andare a caccia. Consigliato
dal Dio della pioggia, quel Re della dinastia Paurava, conosciuto anche
con il nome di Vasu, conquistò il delizioso regno di Chedi. Dopo qualche
tempo, quel Re smise di combattere e messe da parte le armi si ritirò
nel folto della foresta, dove praticò molte severe austerità. Un giorno,
gli Esseri Celesti con il Dio della pioggia a capo, si avvicinarono a
quel monarca. Essi credessero che il sovrano, per mezzo delle sue
penitenze, stesse cercando di boicottare la loro supremazia. Come gli
Esseri Celesti gli furono davanti, con parole dolci, cercarono di
dissuaderlo dal compiere altre faticose austerità.
Uno di loro disse: “0 signore del mondo,
abbi cura di te, In modo che La Terra, non debba subire una diminuzione
di virtù! Protetta da te, la virtù ti ricambierà, proteggendo l’intero
universo.” Il Dio della pioggia disse: “Con rigidità e
attenzione, proteggi tu la virtù. Mantenendo la virtù, tu stesso
diverrai virtuoso, così nella prossima vita, potrai osservare quelle
regioni che sono sacre. Anche se io appartengo al cielo e tu alla Terra,
anche se noi siamo diversi, tu mi sei molto caro. O potente tra gli
uomini, dimora tu su questa deliziosa Terra, la quale abbonda di
animali, di grano e di ricchezze. La quale possiede un buon clima ed è
benedetta dalla fertilità. La quale è sacra, colma di molti oggetti di
piacere e come il mondo degli Dei è ben protetta. Il tuo regno è colmo
di ricchezze, di gemme, di pietre preziose e moltissimi minerali. I suoi
paesi sono devoti e le sue città sono virtuose. La gente che vi abita è
onesta e contenuta. Nessuno dice il falso nemmeno per gioco. I figli,
non devono mai dividere le loro ricchezze con i propri padri, ma nel
momento del bisogno, sono sempre pronti ad aiutare i loro genitori. Il
loro bestiame, non è mai aggiogato, non è mai condotto nei campi per
l’aratura, non traina carri e non trasporta merci. In altre parole,
quelle bestie sono ben nutrite e grasse. Nella tua città, le quattro
caste, sono sempre impegnate nei loro doveri. Lascia che niente di ciò
che accade nei “tre sistemi planetari”, ti sia sconosciuto. Ti regalerò
un astronave di cristallo, come quelle che solo gli Esseri Celesti sanno
condurre attraverso lo spazio. Tu solo tra i mortali di questa Terra,
possederai un astronave e come quegli Esseri Divini che sono dotati di
forma psichica, con questa, tu potrai librarti nel cielo a tuo
piacimento. Ti regalerò anche una preziosa ghirlanda, fatta con fiori di
loto che non appassiscono, con la quale, sarai preservato da tutte
quelle ferite d’armi che si ottengono durante le battaglie. Questa
benedetta e incomparabile ghirlanda, conosciuta sulla Terra come, la
ghirlanda del Dio della pioggia, diventerà lo stemma che ti distinguerà
da tutti gli altri Re.”
Il Dio della pioggia, l’uccisore del demone
Vitra, allo scopo di gratificare il monarca, gli donò anche un asta di
bambù, con la quale egli poteva proteggere i pacifici e gli onesti. Dopo
che un anno fu trascorso, il Re piantò quel bastone nel terreno, allo
scopò di adorare il suo benefattore. Da quell’anno in poi, tutti i
sovrani della Terra, seguendo l’esempio di Vasu, nel giorno stabilito,
piantarono nel terreno un palo per commemorare il momento in cui il Re
fece la prima adorazione al Dio della pioggia. Dopo aver eretto il palo,
il monarca lo ornò con ghirlande, stoffe, profumi e oro. E con tutti
questi ricchi ornamenti, il Dio della pioggia, fu debitamente adorato.
Il Dio soddisfatto del comportamento di quel uomo, per la sua
gratificazione, prendendo la forma di un cigno, si presentò
personalmente in quel luogo. Giunto sul posto, il Dio deliziato disse: “Tutti
quegli uomini, tutti quei Re, che seguendo l’esempio di questo monarca,
adorandomi e osserveranno questa festa, saranno sempre vittoriosi e
gloriosi, in tutte le regioni del loro regno. Le loro città si
espanderanno in continuazione e tutti i loro abitanti saranno felici.”
Così il governante, fu benedetto dal gratificato Dio, il capo degli
Esseri Celesti. In verità, tutti coloro, che osservano la festa di quel
capo tra gli Dei, con doni di terre, di gemme e pietre preziose,
diverranno famosi e rispettati in tutto il mondo. Così, quel sovrano,
concedendo molti doni, compiendo grandi sacrifici e osservando quella
festa, guadagnò il rispetto di tutti gli Dei. E dalla capitale, egli
governo virtuosamente l’intero pianeta. Fu così che per gratificare il
capo degli Esseri Celesti, quel sovrano celebrò la (prima) festa del Dio
della pioggia. Poi l’Imperatore ebbe cinque figli, tutti molto forti e
valorosi. E li elesse governatori di alcune province.
Suo figlio Vrihadratha, governò la regione
di Magadha e fu in seguito conosciuto con il nome di Maharatha. Un altro
dei suoi figli, era Pratyagraha, un altro ancora, era Kusama il quale
veniva anche chiamato Manivahana. I rimanenti due erano Mavella e Yadu,
essi erano entrambi invincibili in battaglia.
0 monarca, questi furono gli eroici figli
del saggio Re. Questi cinque figli, fondarono molte città e ognuno,
diede il suo nome al proprio regno. Essi fondarono cinque separate
dinastie, le quali si propagarono negli anni.
Mentre il Re viaggiava attraverso lo
spazio, a bordo di quell’astronave di cristallo, fu avvicinato dal
popolo dei Gandharva e dalle Apsara . Fu per questa sua capacità di
volare attraverso lo spazio, che in seguito prese il nome di Uparichara.
Nella sua capitale scorreva un fiume, Un giorno quel fiume, fu invaso da
una frana montana, il monarca, vedendo quel vile atto di violenza, colpì
il monte, così aprì un varco e il fiume poté defluire. In quel mentre
vide due neonati trasportati dalla corrente, erano due bellissimi
gemelli, essi erano un maschio e una femmina. Il maschio, divenne il
generale di tutte le forze armate di quel distributore di ricchezze e
punitore dei nemici. Mentre la femmina, la quale si chiamava Girika,
quando crebbe fu sposata dallo stesso Re.
Nei giorni che seguirono il ciclo
mestruale, Girika la moglie del sovrano, purificò se stessa con un
bagno, poi riferì del suo stato il proprio signore. Ma quel giorno, gli
antenati del marito, gli fecero visita e chiesero a quel saggio, di
uccidere un cervo e di offrirglielo come dono di ospitalità. Il Re pensò
che il comando ricevuto dai suoi antenati, non poteva essere
disubbidito, quindi si addentrò nella foresta per cacciare. Pensando
costantemente alla bella e sola Girika, la quale era affascinate come la
stessa Dea della fortuna, stimolato dalla stagione primaverile e dai
boschi in fiore egli era felicissimo. Quella foresta, assomigliava ai
giardini del Re del popolo dei Gandharva. La vi erano alberi fioriti in
abbondanza. La vi erano moltissime varietà di alberi, tutti risplendenti
di fragranti fiori e dolci frutti. Tutta la foresta, sembrava impazzita
per le dolci note emesse dagli uccelli e dai ronzii delle api ebbre di
miele. Così il Re, fu pervaso dal desiderio sessuale, ma sua moglie non
era presente. Impazzito dal desiderio, egli vagava qua e là. Nel suo
vagare, egli giunse nei presi di un bellissimo albero, il quale era
ornato di un densissimo fogliame e i suoi rami erano completamente
ricoperti di fiori. Così il sovrano si sedette all’ombra per riposare.
Eccitato dalla fragranza della stagione, affascinato dall’odore dei
fiori e eccitato dalla deliziosa brezza, il monarca non riusciva a
mantenere la mente libera dal pensiero della bella Girika. Vedendo un
veloce falco, che si era posato li vicino, il Re, il quale conosceva la
sottile scienza della religione e del comando, disse: “0 amabile,
porta tu questo seme a mia moglie Girika, la quale si trova in quel
periodo in cui una donna é feconda.”
Rapidamente, il falco prese il seme del re
e si alzò in volo. Mentre questo viaggiava, sulla sua rotta, incontrò un
altro uccello della sua specie. Pensando che il primo falco, stesse
trasportando della carne, il secondo lo inseguiva. Così usando i loro
becchi, i due uccelli si misero a litigare. Mentre essi si beccavano, il
seme cadde nelle acque del fiume Yamuna. In quelle acque, vi abitava una
Dea molto fertile, di nome Adrika, la quale era stata trasformata da una
maledizione in un pesce. Come il seme di Vasu, sfuggito dagli artigli
del falco, cadde nell’acqua, il pesce gli si avvicinò e lo fece suo.
Dopo qualche tempo, quel pesce fu catturato da un pescatore. Questo
accadde esattamente dieci mesi dopo, dal momento in cui il pesce aveva
preso quel seme. Dal ventre di quel pesce, uscirono fuori due bambini
dalla forma umana, essi erano un maschio e una femmina. Estratti i due
bambini, il meravigliato pescatore, andò dall’imperatore e gli riferì
tutto quello che era accaduto. Esso disse: “Scuoiando un pesce, nel
suo ventre, vi ho trovato questi due esseri dalla forma umana!” Il
maschio tra quei due fu adottato dal Re. In seguito egli divenne un
virtuoso e saggio monarca.
Dopo la nascita dei due gemelli, la Dea divenne libera dalla
maledizione. Precedentemente, fu detto da colui che la maledì, che lei
avrebbe dovuto vivere in quella forma ittica, fino al tempo in cui
avrebbe dato alla luce due bambini, solo allora, sarebbe stata liberata
dalla maledizione. Così in accordo a quelle parole, generati i due
gemelli e uccisa dal pescatore, ella lasciò il corpo del pesce e riprese
la sua celestiale forma. Poi salendo al cielo, la Dea si ricongiunse
agli Esseri Celesti della sua specie.
La pesce odorante ragazza, figlia della
Dea, concepita mentre possedeva la forma di un pesce, fu donata dal re
al pescatore, dicendo: “Lascia che costei divenga tua figlia.”
Quella ragazza, fu conosciuta col nome di Satyavati. Essa era dotata di
grande bellezza, di un dolce sorriso e di ogni virtù. Ma a causa del
continuo contato con i pescatori, ella per qualche tempo, continuò ad
odorare di pesce. Desiderando aiutare il padre adottivo, ella con una
barca, traghettava le persone, da una riva all’altra del fiume.
Mentre era ingaggiata in tale occupazione,
un giorno essa fu notata dal saggio Parasara. La sua bellezza e il suo
dolce sorriso, erano capaci di risvegliare anche l’assopito desiderio di
un anacoreta. Fu così che quel toro tra gli assennati, desiderò
possederla. Così rivolgendosi, verso quella celestiale creatura dalle
cosce affusolate, disse: “0 benedetta, accetta il mio abbraccio.”
La ragazza rispose: “0 santo, ci sono molti eremiti, che abitano
sulle opposte sponde del fiume, osservata da loro, come posso garantire
il tuo desiderio?”
Dopo aver ascoltato quelle parole,
l’asceta, con i suoi poteri mistici creò una densa nebbia, che portò
l’intera regione nell’oscurità. La ragazza si meravigliò molto nel
vedere quella nebbia che era apparsa dal nulla e sentendosi persa, il
suo viso divenne rosso per la vergogna. Quindi disse: “0 santo, io
sono una ragazza controllata dal padre. 0 senza peccato, accettando il
tuo abbraccio, la mia verginità è perduta. 0 migliore tra i preti, se
perdo la verginità, con quale coraggio, potrò io ritornare a casa? In
verità al disonore, preferisco il suicidio. 0 illustre, rifletti su
questo, poi fai ciò che credi.” Il saggio, estremamente soddisfatto
da quelle parole, rispose: “Malgrado tu garantisca il mio desiderio,
il tuo corpo non perderà la sua verginità. 0 timida, o bella ragazza,
non avere paura, chiedimi una ricompensa. 0 tu dal bel sorriso, la mia
grazia non è mai stata infruttuosa.” Così la ragazza, chiese come
ricompensa, che il suo corpo emanasse un dolce profumo, in vece di
quello sgradevole odore di pesce, che possedeva fin dalla nascita. Così
il Monaco, esaudì quel desiderio, accontentando il cuore di quella
giovane fanciulla.
Soddisfatta da quel premio, immediatamente
il suo periodo fertile venne. Così accettò l’abbraccio di quel potente
sacerdote. Da quel giorno essa fu conosciuta con il nome di Gandhavati
(colei che emana un dolce profumo). Gli uomini, potevano percepire la
fragranza del suo profumo, già da parecchi metri di distanza. Dopo
questo fatto, salutata la ragazza, Parasara ritornò al suo eremo.
Satyavati, gratificata dal dono ottenuto e
contenta per aver salvato l’onore mantenendo intatta la sua verginità,
attraverso l’abbraccio di Parasara, concepì un figlio. Sopra un isola
del fiume, essa partorì il bambino, che Parasara aveva generato nel suo
grembo. Poi quell’energica creatura, con il permesso di sua madre,
divenne un grande asceta."
In seguito, il saggio Vyasa, l’illustre figlio di Parasara, divenne il
compilatore dei quattro Veda.
